L'ultima cow-girl: Carmelina Colantuono di Frosolone




 

 
 

da: http://ilcentro.repubblica.it/

NON indossa le vesti del cowboy, ma i tratti somatici rimandano alla bellezza tipica degli indiani d'America: occhi, capelli e carnagione scuri. Se si cingesse il capo con una fascia, sarebbe una pellerossa. Ma i tempi sono cambiati: al posto del cavallo c'è la jeep, invece di frusta e lazo per guidare le mandrie c'è il telefonino. E, soprattutto, ci sono le pubbliche relazioni da gestire con enti pubblici e forze dell'ordine.
Tutto questo è
Carmelina Colantuono, 39 anni, mente, anima e cuore della transumanza della omomima famiglia di bovari che dal Molise porta 250 mucche in Puglia e viceversa. Nelle sue giornate interminabili, c'è spazio anche per curare l'assessorato comunale all'Agricoltura, dopo sette anni di esperienza nell'amministrazione comunale di centrodestra.
La Colantuono è reduce dal viaggio di rientro della mandria di 180 chilometri: quattro giorni e tre notti tra dormiveglia, cene e pranzi da preparare ai cavalieri nel tragitto, forze dell'ordine da chiamare per i tratturi ostruiti, soccorsi alle mucche e auto da fermare con la bandierina rossa quando la mandria attraversa strade asfaltate e centri storici. E' stanca, ma anche soddisfatta per come sono andate le cose. «La transumanza», spiega, «è un'attività sempre carica di rischi.
               
A parte una mucca che abbiamo dovuto tirare fuori da un pantano e un giovane cavaliere caduto da cavallo, non abbiamo avuto grossi problemi. Lo scorso anno, invece, con il caldo forte e la terra asciutta, è morto un vitello. Vado sempre avanti sul tratturo con la jeep e precedo la mandria. Sa, non è semplice attraversare i territori di 25 comuni, tre province e due regioni. Bisogna mettersi in moto mesi prima con le domande da presentare ad Anas, Forestale, carabinieri, polizia, vigili urbani, Comuni. Basta una svista e la mandria viene fermata: un rischio che non possiano permetterci».

Cura la logistica, la Colantuono, unica donna della famiglia rimasta legata alla cultura degli armenti. «Questo lavoro è faticoso», riprende, «perché non finisce mai. Gestiamo le aziende di famiglia per gli allevamenti e la produzione del formaggio. In Puglia abbiamo 250 ettari di terreni coltivati a foraggio, dove portiamo le nostre mucche in inverno. Raggiungiamo l'autosufficienza e questo è un grande risultato.
Faccio questo lavoro per rispetto verso la mia famiglia. Pensi a mio padre che stava mesi e mesi lontano da casa per curare la mandria in Puglia. Sono nata ad aprile», conclude, «e papà mi ha vista la prima volta a giugno. E' pazzesco, no?

 
       
   

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Al posto del cavallo va in jeep; invece della frusta e del lazo usa il telefonino per guidare una mandria di 250 mucche: è la cowboy della transumanza, anzi la cowgirl della migrazione delle greggi tra Abruzzo, Molise e Puglia. Si chiama Carmelina Colantuono, ha 39 anni; appartiene ad un'antica famiglia bovara che ancora pratica l'antica tradizione della transumanza: la mandria viene trasferita dai monti al mare (e viceversa) attraverso i tratturi come avveniva nei secoli scorsi anziché a bordo di tir in autostrada.

 

 

LA TRANSUMANZA dei COLANTUONO DI FROSOLONE
di Antonio Massari

Quando Baronessa parte per la montagna è una liberazione. Vacca d’altri tempi. Nel resto d’Italia si fanno scarrozzare in statale o in autostrada: ammassate dentro i TIR. Baronessa e le altre invece no: “Sono le uniche in Italia”, dicono i Colantuono, che da quattro generazioni vanno in transumanza con il loro “capitale” - così lo chiamava, nonno Felice, parlando delle sue vacche podoliche. Baronessa ha sedici anni ed è la “guida” più anziana (non è un grosso affare: s’avvicina al macello). Anche questa volta, col batacchio del suo campanaccio, ha accompagnato 250 vacche, provviste di campane pure loro, a spasso tra le vallate. Un concerto che echeggia per le valli e rimbomba nella testa, per tre giorni, due notti, e oltre cento chilometri: dalla Puglia al Molise. Ci s’inerpica tutti – vacche e cavalieri - dai 180 ai 1300 metri d’altitudine. Per questo, quando il campanaccio glielo staccano dal collo, Baronessa “libera tutti”: libera le vacche, che riconoscono la strada per la “montagnola”, possono proseguire da sole, e fremono per salire. E libera i cavalieri, che pranzano e poi vanno a riposare. Tutti stanchi. Stanchi di fughe, inseguimenti e bastonate. Stanchi di notti in bianco e liti violente con i contadini. Perché la transumanza è una traversata antica. Ma ora è difficile tenere la rotta:  i “tratturi”, le vecchie arterie del pascolo, sono ormai un percorso a ostacoli. La transumanza oggi non è più un mare d’erba e fango. Per traverso – i tempi cambiano  - ci hanno infilato l’asfalto. Il che fa male agli zoccoli. E lascia di sasso gli automobilisti. Incolonnati. A volte imbufaliti. Comunque stupiti, dall’improvviso, inusitato traffico muggente.  

Il via scocca il 22, da San Marco in Lamis, al confine con la Puglia. Alle quattro del pomeriggio tutto è pronto. Perché proprio oggi? “Abbiamo appena avuto l’ultima luna piena di maggio: possiamo sfruttare meglio la notte e l’alba, viaggiare con il fresco, e non sfiancare gli animali”.  Sotto una pioggia battente, il “capitale”, trasportato dalla vicina azienda di San Paolo in Civitate, arriva alla stazione di partenza: è guidata dai Colantuono. In perfetto spirito di squadra. Felice, il più “anziano” della famiglia, viene qui apposta ogni anno, da Roma, dove lavora come garagista. È in sella al suo cavallo con fratelli e cugini. Suo fratello Antonio, che di anni ne ha 34, va in giro a portar vacche da quando ne aveva tre. Ce lo portava suo padre, Nicola, e da allora non ha mai smesso. Poi c’è sua sorella Carmelina, che invece vive a Frosolone, e segue la transumanza con fuoristrada e telefono cellulare: blocca il traffico, conosce i tratturi a memoria, contatta vigili e carabinieri. Insomma, se fosse un gran prix di Formula 1, Carmelina varrebbe da sola l’intero box della Ferrari. Insieme ai Colantuono, per scortare la mandria, s’aggregano in sella decine di “cavalieri del tratturo”: è un’associazione molisana che si prefigge di tutelare queste antiche arterie di viaggio. Che un tempo erano larghe 111 metri. Oggi invece tocca partire dalla statale. E pensare che nella vecchia stazione pugliese di San Marco, quella che stiamo appena lasciando, sul muro dell’antica taverna, c’è ancora scolpita la vecchia iscrizione: tariffe. Dazi. Insomma: il prezzo che un tempo si pagava per ogni capo di bestiame. Gli unici a non sborsare un centesimo, passando di qui, erano i preti e le prostitute. 

Intanto la mandria è fresca: muggisce e parte veloce. Grandina. Alcuni cavalieri galoppano con l’ombrello. Altri con una sorta di palandrana. Carmelina – bandiera rossa in mano - blocca un’automobilista. E il dialogo si fa surreale. “Si fermi. Anzi, se può, torni indietro”. “Perché?”. “C’è la transumanza”. “E io che ci posso fare?”. “Faccia lei: se vuole andare incontro a 250 mucche, che poi le incornano l’automobile…”. L’autista ingrana la retromarcia all’istante. I vigili urbani bloccano il traffico dall’altro lato, le vacche sull’asfalto fanno quello che possono, finché non trovano il primo ingresso al tratturo. Finalmente erba. E fango. Tantissimo fango. Infatti una vacca scivola in una canaletta: non riesce ad alzarsi. I cavalieri provano a legarle le corna con la fune. Tirano in cinque. Niente da fare. La fune si spezza. Finché Claudio, da solo, non le alza le zampe posteriori: con uno scatto la vacca si rialza e corre via spaventata. Seguendo Baronessa e le altre. Alle sei siamo già in Molise. Intorno alle 10  e mezza della sera, dopo circa trenta chilometri, finisce la prima tappa: Santa Croce di Magliano.

Le vacche s’accomodano nel centro del paese, come fossero a casa loro. S’infilano nella villa comunale e gironzolano sfinite accanto agli alberi. Come avviene da sempre, da quattro generazioni appunto, tanto che Carmelina sospetta: “Secondo me, se questi alberi sono cresciuti così storti, è colpa loro”. Non a caso, il nonno di Carmelina e il sindaco della città, quando gli alberelli furono piantati, smisero di avere buoni rapporti. Nel frattempo c’è già chi ha preparato la cena: grigliate di carne e formaggio fresco, mentre si prepara il bivacco, e al fuoco si asciugano stivali calze e maglioni. C’è poco da dormire: nel bel mezzo della notte una vacca fugge perché non trova i suoi vitelli. Intorno alle due, a qualcuno, tocca andarla a recuperare. E al ritorno, intorno alle quattro e mezza del mattino, il bivacco già s’appresta a ripartire. Alle sei siamo di nuovo nel tratturo. Ed è una giornata piena di sorprese.

Contiamo l’arrivo di un’ambulanza (un ragazzo di passaggio, che incautamente aveva preso in prestito un cavallo, viene sbalzato per aria). Poi un cavallo imbrigliato in una rete, lasciata nel bel mezzo del tratturo. Un caso? Chissà. Di certo, non tutti i contadini amano la transumanza, e infatti registriamo anche un’aggressione in piena regola, quando, a un certo punto, il tratturo si restringe ad appena tre metri. Ai suoi lati c’è un orticello con i pomodori. E i proprietari temono che le vacche possano schiacciarli. Risultato: “Hanno puntato i bastoni contro i cavalli per impedirci di passare”, racconta un cavaliere. Fosse soltanto questo: “Mi hanno dato una bastonata alla gola e non riuscivo più a respirare”. Bastonate o no, la mandria deve passare,  e infatti passa, guadagnando l’accesso alla statale. Per fortuna hanno aperto un varco nel guardrail. “Qualche anno fa, di notte, l’abbiamo dovuto smontare con le chiavi inglesi”, racconta Felice. La strada era venuta su all’improvviso. E i Colantuono non lo sapevano: “Smontammo e rimontammo tutto alla perfezione”. Ma passò una nottata intera. Comunque, alle sette e mezza della sera, è finita anche la seconda tappa: arrivo alle “Quercigliole”, boschetto in località Matrice, pochi chilometri da Campobasso. Un’altra notte da ricordare: costruito un recinto di corde, i cavalieri, c’infilano vacche e cavalli. Ma in piena notte le due mandrie “bisticciano”: rompono il recinto e iniziano a spargersi nel bosco. Insomma, per i mandriani, un’ora di sonno a testa.

Ieri, finalmente, l’arrivo a Frosolone. Accoglienza trionfale: la gente fotografa e applaude. Per la prima volta nella sua storia, la mandria dei Colantuono, unica transumante d’Italia, attraversa il centro del paese. Ad attenderle,  le troupe televisive. Il “capitale” dei Colantuono, insomma, ora può essere un patrimonio per tutti: potrebbe rilanciare turismo ed economia. La montagna – con i suoi 1300 metri – ora è vicina: Baronessa, spogliata del campanaccio, fugge verso la cima. Con lei tutta la mandria, inclusi tre vitellini di quaranta giorni, che, stanchi del viaggio, per l’ultimo tratto, hanno approfittato d’un “passaggio”. Sono arrivati col furgoncino. E se nessuno protegge i tratturi, crescendo, gli toccherà richiedere il favore.